Come raffreddare una CPU e perchè il calore è il nemico numero uno
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Raffreddare una CPU: perchè il calore è il nemico numero uno?

Dall’esercizio teorico alle CPU moderne

L’esercizio che abbiamo sviluppato prende in considerazione una CPU che dissipa appena 30 watt. Oggi questo valore potrebbe sembrare estremamente contenuto sapendo che un processore desktop di fascia media attualmente può raggiungere facilmente 65 W, mentre i modelli ad alte prestazioni superano frequentemente i 125 W, arrivando, durante i carichi più intensi, anche oltre 250 W. Da tutto ciò, potrebbe quindi sorgere una domanda apparentemente paradossale.

“Se una CPU da soli 30 watt, senza dissipatore, raggiunge teoricamente temperature superiori ai 500 °C, come possono funzionare dei processori che dissipano una potenza anche otto volte maggiore?”

La risposta non consiste in un unico miglioramento tecnologico, ma nella combinazione di numerose soluzioni progettuali che agiscono contemporaneamente.

Il Thermal Design Power o TDP

Quando si acquista una CPU si incontra quasi sempre il valore TDP, acronimo di Thermal Design Power. Spesso questo parametro viene interpretato come il consumo massimo del processore, ma non è corretto, esso rappresenta la quantità di calore che il sistema di raffreddamento deve essere in grado di smaltire in condizioni operative definite dal produttore. In altre parole, il TDP costituisce un parametro di progetto per il dissipatore, non un limite assoluto del consumo elettrico. Per comprendere meglio questo concetto immaginiamo un’automobile. La potenza del motore può variare continuamente durante la guida, ma il radiatore è progettato affinché riesca a raffreddarlo anche nelle condizioni più gravose previste e lo stesso principio viene applicato alle CPU.

La densità di potenza: il vero problema

Negli ultimi anni il numero di transistor presenti all’interno dei processori è cresciuto enormemente. Se le prime CPU contenevano poche migliaia di transistor, gli attuali processori ne integrano decine di miliardi. Questo progresso ha portato a un fenomeno molto importante. Non aumenta soltanto la potenza dissipata, ma aumenta soprattutto la densità di potenza, cioè la quantità di calore generata per unità di superficie.

Essa può essere espressa come:

q=QAq”=\frac{Q}{A}

dove:

  • Q rappresenta la potenza dissipata;
  • A è l’area del die.

Maggiore è questo valore, più difficile diventa trasportare il calore verso il dissipatore, ed è proprio la densità di potenza uno dei principali limiti nello sviluppo delle CPU moderne.

La miniaturizzazione dei transistor ha consentito di ottenere prestazioni straordinarie, ma ha anche trasformato il calore in uno dei principali limiti dell’evoluzione dei microprocessori. Realizzare transistor sempre più piccoli è oggi relativamente più semplice rispetto a un’altra sfida, quella di riuscire ad allontanare rapidamente il calore prodotto da miliardi di dispositivi elettronici concentrati in pochi centimetri quadrati. Per questo motivo la ricerca nel settore del raffreddamento procede parallelamente allo sviluppo delle CPU. Nuovi materiali, geometrie innovative, camere di vapore sempre più efficienti e persino tecnologie di raffreddamento a immersione stanno assumendo un ruolo centrale nei data center e nei sistemi dedicati all’intelligenza artificiale. In tale contesto evolutivo il raffreddamento non è più un semplice accessorio del computer, ma una disciplina ingegneristica che coinvolge termodinamica, meccanica dei fluidi, scienza dei materiali ed elettronica.

Per comprendere meglio l’impatto della densità di potenza, confrontiamo due processori ipotetici:

ParametroCPU ACPU B
Potenza dissipata30 W180 W
Area del die36 cm²6 cm²
Densità di potenza0,83 W/cm²30 W/cm²

Tabella 2.
(Due Cpu a confronto)

Pur dissipando una potenza “solo” sei volte maggiore, la CPU B concentra il calore su una superficie sei volte più piccola. La densità di potenza risulta quindi circa 36 volte superiore, rendendo il raffreddamento enormemente più complesso. Questo semplice confronto aiuta a capire perché le CPU moderne richiedano dissipatori molto più sofisticati rispetto ai processori di qualche decennio fa.

Gli hot spot e il Thermal Throttling

Un’altra differenza rispetto all’esercizio teorico riguarda la distribuzione della temperatura. Nei calcoli precedenti abbiamo ipotizzato una CPU con temperatura uniforme, ma nella realtà non è così, e all’interno del chip esistono zone che lavorano molto più intensamente di altre. Queste regioni prendono il nome di hot spot, ovvero punti caldi. Un hot spot può raggiungere temperature significativamente superiori rispetto al resto del die, pur mantenendo una temperatura media apparentemente accettabile. Per tale motivo i processori moderni integrano numerosi sensori distribuiti sul chip e la temperatura visualizzata dal sistema operativo non rappresenta un singolo valore, ma deriva dall’elaborazione delle misure provenienti da questi sensori.

Quando uno degli hot spot supera una determinata soglia, entra in funzione uno dei più importanti sistemi di protezione delle CPU moderne: il Thermal Throttling. Il principio è estremamente semplice. Poiché la potenza dissipata dipende direttamente dall’attività dei transistor, riducendo la frequenza di funzionamento diminuisce anche il calore prodotto. Per ridurre il calore prodotto la CPU interviene automaticamente:

  • riducendo la frequenza di clock;
  • abbassando la tensione di alimentazione;
  • limitando il consumo energetico.

L’utente percepisce un calo delle prestazioni, ma il processore evita di raggiungere temperature potenzialmente pericolose e questo meccanismo è completamente automatico e viene gestito direttamente dal microcodice della CPU.

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